Di quando ero bambino ho ricordi da cartolina sbiadita, dietro la
quale ci sono state le esperienze, belle e brutte, che hanno fatto di me
quello che sono.
Dei fatti ricordo alcuni dettagli ma di una cosa
ho la netta e viva sensazione: non ero pressato dagli adulti per
crescere velocemente e la mia fantasia aveva le briglie sciolte. Magari
non era sollecitata e non gli si riconosceva la stessa dignità della
ragione, dell’impegno etc… ma aveva spazio. Così come ne aveva il gioco
libero, il tempo per stare a guardare fuori dalla finestra o sdraiato
sul pavimento faccia in su a fantasticare di quando avrei segnato quel gol in rovesciata a S. Siro o detto alla mia compagna di classe che mi piaceva.
Oggi,
nei gruppi e nei contesti relazionali principali in cui si muovono, i
bambini sono più protagonisti di allora, i loro bisogni sono la causa
delle azioni dei grandi perché di fatto nel tempo gli adulti si sono
orientati verso il desiderio dei bambini.
Ma i bambini,
e le loro famiglie, debbono fare i conti con l’azione soffocante dei
media sull’universo infantile, della tv in particolare, con la quale i
bambini stanno più tempo che con i loro genitori.
L‘assenza o la
minore disponibilità dei genitori è di per sé un problema: l’adulto
infatti ha anche il compito di mediare la realtà, di spiegarla dove è
più ostica, di introdurla un po’ per volta nell’universo meno definito
del bambino. Se l’adulto non c’è, questa mediazione viene meno e –
considerato che per contenuti e linguaggi in tv passa di tutto - la
distinzione tra mondo dell'infanzia e mondo adulto si assottiglia, si
confonde: il bambino accede al mondo dell'adulto, ai suoi problemi, ai
suoi segreti, come fosse alla sua pari. Ne riceve le medesime
sollecitazioni, quelle della pubblicità in primis.
